martedì, ottobre 22, 2013

Continua a scattare nel mondo libero










A casa dei miei, nello studio di mio padre, al di sotto dello scaffale dedicato a monografie su singoli libri della bibbia ed a volumi che collezionavano sentenze latine e greche, c’era una sparuta raccolta della rivista “Meridiani”, rivista di viaggi che allora era molto in voga e di cui oggi non sono più sicuro delle sorti editoriali.
In un numero erano riportate delle fotografie, fotografie di donne nude.
Ero nel tempo in cui si passa dall’essere un bambino cresciuto a quel peculiare stato psico-fisico che è rappresentato e viene vissuto come l’entrata nell’età dell’adolescenza.
L’immagine che ho consumato con giovane avidità, con disarmante senso di soddisfazione, con rinnovata volontà di potenza, ogni volta che arrivavo alla pagina che la ospitava, ritraeva una donna dal fisico statuario, scolpito, proteso in avanti, issato su slanciati tacchi di scarpe da sera.
Non avevo mai visto una cosa del genere.
Non avrei mai visto una cosa del genere, dal vivo.
Il corpo era un costrutto dotato - oltre che benedetto da una santuario di bellezza - di fissità, di rigidità come di fluidità e di dinamicità al tempo stesso.
I piedi, contenuti nelle scarpe, crescevano e sfociavano nelle gambe, e le gambe, così vere e prolifiche e fasciate da strati di carne levigata, terminavano naturali nel bacino e nel ventre verginale dove le braccia, costrette da una tenuta e da una forza nervosa saldamente direzionata, formavano un “vi” alfabetica ed aulica.
In quel punto, le dita della mano sinistra afferravano e tiravano i peli pubici di una non trascurabile lunghezza; questa mano sinistra era tenuta a bada dalla destra che si posizionava grosso modo sul polso, ancora, sinistro.
Procedendo dal basso verso l’alto, si incontrava il torace scavato e slanciato – in pieno stile fine Settanta inizio Ottanta del Novecento - quindi sotto la reggente impalcatura squadrata delle spalle, due portentosi seni, che facevano da contrappeso estetico e nel caso di specie, squisitamente erotico, a quella montante peluria pubica a malapena frenata da un insolito atto di reprensione psicanalitica.
Helmut Newton, l’autore di uno scatto così fortemente immortale che mi riesce solo di paragonare all’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci, disse, tempo dopo, che l’idea gli era venuta dall’aver osservato sulla stampa tedesca alcune foto segnaletiche a grandezza naturale effettuate dalla polizia di stato – chi per loro, della Bundesrepublik Deutschland (Repubblica Federale Tedesca) e divulgata nell’intero territorio della Germania Ovest, ai fini dell’arresto dei ritenuti - tali membri della Rote Armee Fraktion (RAF), più volgarmente nota come Banda Baader-Meinhof.
Il titolo della foto di cui ho parlato era: Henrietta, Big Nude III, frutto di una serie di scatti fatti per il numero di ottobre dell’anno 1980 di French Vogue.
Per la cronaca: il nome completo della donna ritratta era Henrietta Allais, mezza francese, mezza cherokee, di professione modella e di origine statunitense.
Per i registri contabili di vendita delle case d’asta: scatto battuto a 482.500 dollari americani nel dicembre del 2008.
Quando ho visto la fotografia istituzionale e per ciò intendo la fotografia collezionata nei musei che ho frequentato tra l’Europa e gli Stati Uniti, ho avuto sempre in mente Henrietta, Big Nude III e gli altri scatti di Newton di quella serie che poi,di fatto, videro la luce tra il 1980 ed il 1981.
Forse per senso di appartenenza: sono nato sul finire di gennaio del secondo dei due anni.
Le determinanti personali hanno sempre il loro percorso indomabile su di noi.
Due anni fa, prima di un viaggio attraverso il continente nordamericano, frase molto kerouchiana a cui sono gelosamente legato, decisi che dovevo procurarmi una macchina fotografica a pellicola, oltre che ai soliti blocchetti per scrivere, libri da leggere, musica da sentire ed eventuali strumenti musicali da suonare con amici musicisti.
Mia zia, situazione del tutto fortuita e al limite della stranezza, mi prestò una Chinon semiautomatica. Portai con me 8 o 9 rullini Ilford HP5. Allora per me erano solo dei nomi.
Non voglio fermarmi a parlare di quello che c’è stato di mezzo – l’inizio da ignorante ed autodidatta poi guidato felicemente da una mano sapiente, non voglio cadere nello trappola di pontificare sulla fotografia, poiché non me lo potrei minimamente permettere.
Dico solo delle cose semplici, dirette e spero oneste – Hemingway, grande impostore, ripeteva ossessivamente “scrivi la cosa più vera che puoi” o “sii uno scrittore sincero e coraggioso”, somma menzogne di questo calibro - sperando di non scivolare nel tranello del pescatore di marlin.


1. Sono interessato alla vita e ancora di più alla vita per le strade.
2. Sono interessato alla vite delle persone quando scrivo; quando fotografo ragiono sui luoghi dove vivono, parlano, esistono, si relazionano e transitano, in cui magari non ci torneranno mai più.
3. La fotografia di strada è democratica. E la democrazia è nelle strade.
4. Lavorare con mezzi & materiali modesti ha il suo prezzo e il suo tornaconto.
5. Considero la pellicola, e soprattutto specifici tipi di pellicola, alla stregua della carta riciclata che ho utilizzato per scrivere migliaia di cose con una delle mie macchine da scrivere.
6. Non ho un riferimento né un maestro, ho solo buoni o cattivi consiglieri.
7. Helmut Newton & Terry Richardson sono due che non mi annoiano mai.
8. Amo le cose abbandonate come la grandezza.
9. Non è l’oggetto che trovi in strada che non è degno di uno scatto: sei tu che sei impreparato e tendi al fallimento.
10. Parafrasando Neil Young, continua a scattare nel mondo libero.









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